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Il Settecento e noi
L’eredità del Settecento, il cosiddetto «Secolo dei Lumi», è ancora ampiamente tra noi. La domanda cui intendo rispondere in questa sede è che giudizio si può dare di questa eredità alla luce del Magistero della Chiesa. Infatti, anche se il Magistero si è occupato praticamente di tutto – senza risalire al corpus di Leone XIII (1878-1903), come dimenticare la ricchissima mole di testi di Giovanni Paolo II (1978-2005)? – un’attenzione particolare è stata dedicata a un’interpretazione della storia dell’Europa.
L’Europa – c’insegna il Magistero – è stata una civiltà cristiana fino a quando è riuscita a mantenere l’equilibrio tra fede e ragione, cui corrisponde anche un equilibrio fra persona e comunità. Questo equilibrio è stato costruito in modo molto faticoso, e il messaggio evangelico è riuscito ad armonizzare quanto vi era di meglio tra la fede d’Israele e la filosofia greca, fra il diritto romano con il suo senso acuto della persona e gli apporti germanici che insistevano sulla comunità di vita e di tradizione, la gemeinschaft (distinta dalla gesellschaft, che è la «società» in senso giuridico). In particolare, come insegna l’enciclica Fides et ratio, «l’incontro del cristianesimo con la filosofia […] non fu immediato né facile» (Giovanni Paolo II 1998, n. 38), ma – attraverso un secolare processo – arrivò a costruire quell’«armonia fondamentale della conoscenza filosofica e della conoscenza di fede» (ibid., n. 42) che per molti versi culmina in san Tommaso d’Aquino (1224-1274).
Tuttavia, si può dire che, appena raggiunto questo apogeo, già vi erano forze che mettevano in crisi l’armonia tra fede e ragione. Benedetto XVI nel discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, afferma che già «nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano» (Benedetto XVI 2006a). In seguito, per citare ancora la Fides et ratio, buona parte del pensiero moderno si sviluppa «allontanandosi progressivamente dalla Rivelazione cristiana, fino a raggiungere contrapposizioni esplicite» (Giovanni Paolo II 1998, n. 46). La storia dell’Occidente è ricostruita nella stessa enciclica di Giovanni Paolo II come storia di progressive «radicalizzazioni» (ibid.), e nel discorso di Ratisbona di Benedetto XVI come un seguito di tentativi di «deellenizzazione», cioè di negazione, in diverse e distinte «ondate», della tesi corretta la quale postula che «il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante della fede cristiana» (Benedetto XVI 2006a) e della sintesi che fa dell’Europa quello che essa è.
Di questo processo si possono distinguere quattro tappe, che la scuola detta contro-rivoluzionaria del pensiero cattolico – che nasce dalla critica alla Rivoluzione francese, ma va molto oltre nella sua indagine sulla crisi dell’Europa, che inizia ben prima del 1789 – ha tradizionalmente chiamato «Rivoluzioni». Il pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995: cfr. soprattutto Corrêa de Oliveira 2009) ha riassunto l’analisi di questa scuola parlando di una I, di una II, di una III e di una IV Rivoluzione che attaccano rispettivamente i legami religiosi, politici, economici e morali che tenevano unita l’Europa e che hanno i loro momenti vessillari nella Riforma protestante, nella Rivoluzione francese, nella Rivoluzione bolscevica e nel 1968. Con riferimento alle prime tre tappe di questa «Rivoluzione» – che nella terminologia della scuola contro-rivoluzionaria non è un singolo avvenimento ma un processo, il quale ha una dimensione non solo politica ma dottrinale, culturale e morale – ritroviamo l’eco delle tesi degli autori contro-rivoluzionari in un celebre discorso di Pio XII (1939-1958) del 1952. Si tratta del discorso Nel contemplare agli Uomini di Azione Cattolica d’Italia, del 12 ottobre 1952, dove il Papa si serve di una formula che descrive la sequenza dell’allontanamento dell’Occidente dalla verità cattolica precisamente attraverso tre tappe che corrispondono al protestantesimo che nega la Chiesa, al deismo illuminista e all’ateismo marxista: «Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato» (Pio XII 1952).
Su questo processo oggi il magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, che usa una diversa terminologia per la stessa sostanza, offre importanti delucidazioni storico-filosofiche. Da questo magistero ricaviamo anche che alle origini di ogni «Rivoluzione» c’è un momento esigenziale, una domanda che s’inserisce in un contesto di crisi e che di per sé non è infondata. Sfortunatamente, a ognuna di queste domande è data una risposta tragicamente sbagliata, così che la crisi, anziché avviarsi a soluzione, diventa più radicale e più profonda. Esamineremo in questa sede – dal momento che c’interessiamo al Settecento – la I e la II Rivoluzione, che peraltro preparano, proprio perché la Rivoluzione è un processo, anche la III e la IV.
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La Chiesa difende la ragione. Dal «Secolo dei Lumi» a Papa Benedetto XVI



di Massimo Introvigne
Conferenza nel quadro della manifestazione Un anno, un secolo. 2009 – Il Settecento «Il Secolo dei Lumi» - Desenzano del Garda (Brescia), 4 dicembre 2009
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Il Settecento e noi
L’eredità del Settecento, il cosiddetto «Secolo dei Lumi», è ancora ampiamente tra noi. La domanda cui intendo rispondere in questa sede è che giudizio si può dare di questa eredità alla luce del Magistero della Chiesa. Infatti, anche se il Magistero si è occupato praticamente di tutto – senza risalire al corpus di Leone XIII (1878-1903), come dimenticare la ricchissima mole di testi di Giovanni Paolo II (1978-2005)? – un’attenzione particolare è stata dedicata a un’interpretazione della storia dell’Europa.
L’Europa – c’insegna il Magistero – è stata una civiltà cristiana fino a quando è riuscita a mantenere l’equilibrio tra fede e ragione, cui corrisponde anche un equilibrio fra persona e comunità. Questo equilibrio è stato costruito in modo molto faticoso, e il messaggio evangelico è riuscito ad armonizzare quanto vi era di meglio tra la fede d’Israele e la filosofia greca, fra il diritto romano con il suo senso acuto della persona e gli apporti germanici che insistevano sulla comunità di vita e di tradizione, la gemeinschaft (distinta dalla gesellschaft, che è la «società» in senso giuridico). In particolare, come insegna l’enciclica Fides et ratio, «l’incontro del cristianesimo con la filosofia […] non fu immediato né facile» (Giovanni Paolo II 1998, n. 38), ma – attraverso un secolare processo – arrivò a costruire quell’«armonia fondamentale della conoscenza filosofica e della conoscenza di fede» (ibid., n. 42) che per molti versi culmina in san Tommaso d’Aquino (1224-1274).
Tuttavia, si può dire che, appena raggiunto questo apogeo, già vi erano forze che mettevano in crisi l’armonia tra fede e ragione. Benedetto XVI nel discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, afferma che già «nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano» (Benedetto XVI 2006a). In seguito, per citare ancora la Fides et ratio, buona parte del pensiero moderno si sviluppa «allontanandosi progressivamente dalla Rivelazione cristiana, fino a raggiungere contrapposizioni esplicite» (Giovanni Paolo II 1998, n. 46). La storia dell’Occidente è ricostruita nella stessa enciclica di Giovanni Paolo II come storia di progressive «radicalizzazioni» (ibid.), e nel discorso di Ratisbona di Benedetto XVI come un seguito di tentativi di «deellenizzazione», cioè di negazione, in diverse e distinte «ondate», della tesi corretta la quale postula che «il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante della fede cristiana» (Benedetto XVI 2006a) e della sintesi che fa dell’Europa quello che essa è.
Di questo processo si possono distinguere quattro tappe, che la scuola detta contro-rivoluzionaria del pensiero cattolico – che nasce dalla critica alla Rivoluzione francese, ma va molto oltre nella sua indagine sulla crisi dell’Europa, che inizia ben prima del 1789 – ha tradizionalmente chiamato «Rivoluzioni». Il pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995: cfr. soprattutto Corrêa de Oliveira 2009) ha riassunto l’analisi di questa scuola parlando di una I, di una II, di una III e di una IV Rivoluzione che attaccano rispettivamente i legami religiosi, politici, economici e morali che tenevano unita l’Europa e che hanno i loro momenti vessillari nella Riforma protestante, nella Rivoluzione francese, nella Rivoluzione bolscevica e nel 1968. Con riferimento alle prime tre tappe di questa «Rivoluzione» – che nella terminologia della scuola contro-rivoluzionaria non è un singolo avvenimento ma un processo, il quale ha una dimensione non solo politica ma dottrinale, culturale e morale – ritroviamo l’eco delle tesi degli autori contro-rivoluzionari in un celebre discorso di Pio XII (1939-1958) del 1952. Si tratta del discorso Nel contemplare agli Uomini di Azione Cattolica d’Italia, del 12 ottobre 1952, dove il Papa si serve di una formula che descrive la sequenza dell’allontanamento dell’Occidente dalla verità cattolica precisamente attraverso tre tappe che corrispondono al protestantesimo che nega la Chiesa, al deismo illuminista e all’ateismo marxista: «Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato» (Pio XII 1952).
Su questo processo oggi il magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, che usa una diversa terminologia per la stessa sostanza, offre importanti delucidazioni storico-filosofiche. Da questo magistero ricaviamo anche che alle origini di ogni «Rivoluzione» c’è un momento esigenziale, una domanda che s’inserisce in un contesto di crisi e che di per sé non è infondata. Sfortunatamente, a ognuna di queste domande è data una risposta tragicamente sbagliata, così che la crisi, anziché avviarsi a soluzione, diventa più radicale e più profonda. Esamineremo in questa sede – dal momento che c’interessiamo al Settecento – la I e la II Rivoluzione, che peraltro preparano, proprio perché la Rivoluzione è un processo, anche la III e la IV.




